Il Dormex torna protagonista

0
738

Nuova autorizzazione per il rilancio del Kiwi italiano

Negli ultimi mesi in Italia si è riacceso il dibattito sull’uso del Dormex nelle coltivazioni di kiwi nel nostro Paese.

Il Dormex contiene idrogeno cianammide, una sostanza che in passato è stata revocata a livello europeo per motivi di sicurezza eppure recentemente il Ministero della Salute ha concesso un’autorizzazione temporanea – in deroga – per il suo utilizzo in alcune aree del Paese.

Moltissime persone si sono chieste come sia possibile che una sostanza non più approvata dall’Unione Europea venga comunque autorizzata, e quali siano i rischi reali. Per rispondere a queste lecite domande bisogna guardare al quadro completo: sanitario, ambientale, economico ed etico.

Il Dormex non è un pesticida nel senso classico del termine in quanto non serve a eliminare insetti o funghi, ma è un regolatore di crescita.
La sua funzione è stimolare la ripresa vegetativa delle piante dopo l’inverno, in pratica, aiuta le gemme a “svegliarsi” quando il freddo naturale non è stato sufficiente.

Il kiwi, come molti altri vegetali, ha bisogno di un certo numero di ore di freddo per svilupparsi correttamente. Se l’inverno è troppo mite, fenomeno sempre più frequente a causa del cambiamento climatico, la fioritura può essere irregolare e il raccolto ridotto.
In questo contesto, l’idrogeno cianammide permette di uniformare la germogliazione, di migliorare la qualità del raccolto e di conseguenza di ridurre le perdite economiche. Insomma, per gli agricoltori, può rappresentare uno strumento decisivo in annate difficili.
L’idrogeno cianammide, a causa di preoccupazioni legate alla sicurezza, è stata revocata dal 2008 nell’Unione Europea. Infatti, gli studi scientifici hanno evidenziato che la sostanza è irritante per pelle e occhi, che può essere corrosiva, che può provocare effetti sistemici se inalata o assorbita e che non ha un antidoto specifico in caso di intossicazione grave.

In realtà il rischio maggiore riguarda gli operatori agricoli che la manipola direttamente, nei quali può causare dermatiti, ustioni chimiche, irritazione respiratoria, disturbi neurologici in gravi casi e reazioni sistemiche se l’assorbimento è significativo. Per questo motivo, nel quadro del principio di precauzione europeo, la sostanza non è stata mantenuta tra quelle autorizzate in modo ordinario.

Però la normativa europea consente – in situazioni eccezionali e temporanee – che uno Stato membro autorizzi l’uso limitato di una sostanza non approvata, se:

  • Non esistono alternative efficaci;
  • È presente un’emergenza fitosanitaria;
  • L’uso è limitato nel tempo e controllato;

di conseguenza il provvedimento del Ministero non reintroduce la sostanza in modo permanente, ma ne consente un utilizzo circoscritto e regolamentato.

Nonostante la pericolosità, l’uso corretto dei dispositivi di protezione individuale (DPI) da parte degli agricoltori può ridurre drasticamente l’esposizione. Le principali misure previste includono l’uso di tute impermeabili certificate, di guanti chimico-resistenti, di maschere con filtri specifici, di occhiali protettivi, l’adozione di procedure rigorose nella miscelazione e nell’applicazione.
In condizioni ideali, queste protezioni e procedure riducono l’esposizione anche del 90–99%. Il problema è che l’efficacia dipende dalla corretta applicazione nella pratica quotidiana, dal caldo intenso, dalla fretta, dagli errori e/o dalle sottovalutazioni che possono ridurre il livello di protezione reale.
La sicurezza, quindi, non è automatica: è il risultato di formazione, controlli e responsabilità individuale.

Dal punto di vista ambientale, l’idrogeno cianammide non è tra le sostanze più persistenti, infatti, si degrada abbastanza rapidamente. Tuttavia può danneggiare organismi del suolo, influenzare specie non bersaglio e creare rischi locali se non applicata correttamente.
Le autorizzazioni prevedono fasce di rispetto e limitazioni operative proprio per ridurre questi effetti.

La decisione del Ministero, oltre che da fattori climatici, nasce soprattutto da una questione di concorrenza sleale. Infatti, mentre l’Italia rispettava il bando, la Grecia (nostro principale concorrente nella produzione di kiwi) ha continuato a concedere deroghe annuali per l’uso del Dormex. Questo ha messo i produttori italiani in una posizione di svantaggio: i greci producevano di più e a costi minori, esportando poi i loro kiwi in tutta Europa, Italia compresa.

Per quanto concerne il fattore economico va evidenziato che il settore del kiwi è importante per diverse regioni italiane (Lazio, Campania, Puglia, Calabria e Basilicata) e che una stagione negativa può significare perdite economiche rilevanti.
I costi delle misure di protezione per un operatore si aggirano su qualche centinaio di euro l’anno. Non sono trascurabili, ma sono inferiori rispetto al valore potenziale del raccolto salvato. Ovviamente per le piccole aziende, però, oltre al costo economico diretto c’è quello organizzativo: più tempo, più fatica, maggiore complessità gestionale.

Inoltre, il divieto d’uso del Dormex aveva alimentato un pericoloso mercato nero e senza un canale legale, molti agricoltori acquistavano il Dormex illegalmente (spesso dalla Cina o dall’est Europa), utilizzandolo senza alcun controllo sanitario o protezione, aumentando il rischio di incidenti e residui incontrollati.

L’autorizzazione attuale quindi può essere vista come il “male minore” soprattutto perché viene concessa per soli 120 giorni, solamente in specifiche regioni del Sud e sotto controlli rigorosi, per permettere alle aziende di non fallire a causa del clima troppo caldo.

In merito al nodo etico si concentra il cuore del dibattito in quanto il beneficio economico è distribuito lungo tutta la filiera, mentre il rischio sanitario è concentrato soprattutto sul lavoratore agricolo. Di conseguenza la questione pone la seguente domanda: quanto rischio controllato è accettabile per salvaguardare un comparto produttivo? La risposta è sicuramente soggettiva. In ogni caso è bene non scordarsi che le deroghe sono pensate come strumenti temporanei che se attuati con frequenza, rischiano di trasformare l’eccezione in regola!

Ovviamente esistono alternative al Dormex, come l’utilizzo di nuove varietà meno esigenti in freddo, di tecniche agronomiche più avanzate, di biostimolanti meno aggressivi e di riorganizzazione delle aree di coltivazione.
Queste alternative, tuttavia, richiedono investimenti, tempo e non sempre garantiscono la stessa immediata efficacia, laddove il Dormex rappresenta una soluzione rapida e potente. Le alternative sono più sostenibili, ma tutte meno immediate.

Il caso Dormex mostra come l’agricoltura moderna si trovi spesso a dover bilanciare: la tutela della salute dei lavoratori, la protezione dell’ambiente, la sostenibilità economica e l’adattamento al cambiamento climatico.
Le misure di protezione riducono fortemente il rischio, ma non lo annullano. Le deroghe possono essere giustificate in situazioni specifiche, ma ovviamente non rappresentano una soluzione strutturale.
La vera sfida è investire in innovazione per ridurre progressivamente la dipendenza da sostanze ad alto rischio, senza mettere in crisi le aziende agricole.

Ma per chi acquista kiwi al supermercato o nelle rivendite di ortofrutta, che rischi corre?
Il rischio diretto è considerato molto basso, poiché il trattamento con il Dormex avviene mesi prima che il frutto si formi (sulle gemme chiuse in inverno). Tuttavia, anche se il principio attivo tende a degradarsi, l’uso di sostanze precedentemente bandite può solleva dubbi sulla trasparenza della filiera.
Non va dimenticato in ogni caso che le norme europee pongono limiti rigorosi sui residui di sostanze chimiche nei frutti venduti e soprattutto non significa che il Dormex rimarrà un prodotto standard presente sul mercato.

Il dibattito sull’uso del Dormex nelle coltivazioni di kiwi non è una contrapposizione semplice tra “giusto” e “sbagliato”, bensì è il riflesso di un’agricoltura che deve fare i conti con il clima che cambia, con mercati globali competitivi e con standard sanitari sempre più rigorosi e la scelta del Ministero della Salute si colloca in questo complesso equilibrio.

Il punto centrale rimane uno: proteggere davvero chi lavora nei campi, mentre si costruiscono soluzioni più sicure e sostenibili per il futuro.

Dr. Luciano O. Atzori
Biologo – Esperto in Sicurezza degli Alimenti e in Tutela della Salute
Divulgatore Scientifico – Consulente agroalimentare
Co-founder  ISQAlimenti.it