Packaging alimentare e potenziali rischi per la salute: una sfida in continua evoluzione

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Già nel 1985 secondo la Codex Alimentarius Commission il confezionamento alimentare risultava importante per preservare la qualità e la freschezza di un alimento, facilitarne la conservazione e la distribuzione, oltre a risultare più attraente per il consumatore.

In un periodo nel quale si parla tanto di spreco alimentare però il confezionamento assume una caratteristica fondamentale se è vero, come dichiarato dalla FAO, che il packaging è uno degli strumenti indispensabili a ridurlo e che nei Paesi nei quali mancano le tecnologie per contenere, proteggere, conservare, ma anche trasformare e trasportare gli alimenti di base, questi vanno perduti, prima di poter essere consumati, fino al 90%.

Quando si parla di confezionamento ci si riferisce ai materiali e agli oggetti che entrano a contatto con gli alimenti, i così detti M.O.C.A., i quali ognuno con caratteristiche differenti e a seconda dell’utilizzo cui sono destinati hanno l’obbligo di garantire la Sicurezza Alimentare. Ed in questo vengono aiutati dalle norme, comunitarie e nazionali.

Quale il pericolo?
Il pericolo legato ai MOCA, ed il conseguente rischio ad esso associato, è di natura chimica.

Idealmente un materiale, o un oggetto, che entra a contatto con gli alimenti non dovrebbe dar luogo a trasferimenti di materia verso l’alimento stesso (mediante una migrazione positiva) e/o dall’alimento verso il materiale (mediante una migrazione negativa).

Realisticamente però una migrazione c’è quasi sempre, tranne che per pochi materiali, quali ad esempio il vetro, ma tale trasferimento di materia non dovrebbe rappresentare un rischio chimico per la salute umana e non dovrebbe, inoltre, modificare le caratteristiche organolettiche dell’alimento che con esso entra in contatto.

Il contenimento o l’assenza della migrazione, che può avvenire spontaneamente quando si tratta di sostanze volatili oppure, come nel caso nel caso di sostanze non volatitili avvenire direttamente negli alimenti o necessitare di un mezzo ambientale (quale il grasso che in presenza di particolari materiali facilita la migrazione di materia potenzialmente tossica) risulta la principale sfida che le aziende sono obbligate ad affrontare. Siano esse azinde produttrici di materiali o aziende trasformatici, ossia creatrici di oggetti che entreranno a contatto con gli alimenti.

La tutela grazie a…
Vista la possibilità di un eventuale rischio chimico, la normativa comunitaria (e a seguire quella nazionale) che si occupa dei MOCA prevede che sia l’EFSA a determinare, secondo studi tossicologici, le quantità massime di sostanze migranti autorizzate prendendo come riferimento (per il calcolo) l’assunzione giornaliera di 1 kg di alimento confezionato o contenuto, in un materiale in cui è presente la sostanza in esame, da parte di una persona di peso corporeo pari a 60 kg. Per le sostanze lipofiliche il quantitativo da considerare non è di 1 Kg, ma più basso.

L’attenzione su tale settore è molto alta perché effetivamente ogni anno il RASFF (il sistema di allerta rapido comunitario) identifica nello specifico caso dei M.O.C.A. una serie di problematiche legate principalmente alla migrazione di metalli pesanti, ammine aromatiche, formaldeide, bisfenolo A, benzofenone, 4-Metil benzofenone, ecc, da parte di materiali e oggetti non sicuri.

Ogni materiale che sia di natura plastica, di carta e cartone, di acciao, di alluminio, di ceramica, di legno, ecc. porta con se dei potenziali rischi, ma effettivamente quali sono le sostanze che potrebbero migrare dai materiali? Fondamentalmente appartengono a tre tipologie: sostanze aggiunte intenzionalemnte nei processi produttivi (ad esempio gli additivi), sostanche che risultano residui del materiale finito e che tendono a migrare nell’alimento per un’incompleta reazione, ed infine i prodotti di neoformazione come nel caso del benzene che se ingerito dall’uomo ad alte dosi, può risultare fortemente tossico ed avere effetti cancerogeni.

Le materie plastiche sono quelle che negli ultimi anni hanno raccolto maggiori critiche e attenzione da parte dei consumatori, tanto da indurre il legislatore ad intervenire in più occasioni per il miglioramento delle normative di settore, obbligando di conseguenza le aziende ad adeguarsi ai frequenti cambiamenti legislativi… rimanendo così al passo con i tempi.

Alcune delle sostanze più contestate degli ultimi decenni e utilizzate spesso nelle materie plastiche  sono gli ftalati e il bisfenolo A (o BpA). Entrambi composti utilizzati per molti anni nei processi produttivi delle materie plastiche, allo scopo di migliorare le performance di tali materiali.

Nel caso degli ftalati ci si riferisce ad alcuni componenti in particolare (rispetto ad una classe di sostanze molto più ampia) quali i DEHP, DINP, BBP aggiunte intenzionalmente nella produzione dei plastificanti con l’intento di rendere tali materiali più morbidi e flessibili (vedi il PVC) col rischio però che in presenza di alimenti contenenti componenti grasse tali ftalati possano essere “strappati e allontanati” dal materiale, in esso incorporati, e fatti migrare verso l’alimento.

Nel caso del BpA, invece, si tratta più che altro di sostanze residue. Contenuto diverso tempo addietro in materiali come il policarbonato utilizzato nella costruzione dei biberon e presenti ad oggi nelle resine epossidiche (lattine delle bibite gasate), nelle vernici che rivestono barattoli di latta, ecc. il BpA è un materiale che per i suoi effetti dannosi sulla salute è stato molto contrastato dall’opinione pubblica d’oltre oceano, che ha portato l’onda della preoccupazione anche nel vecchio continente inducendo i legislatori (FDA e UE) a prendere posizione.

Sia per gli ftalati che per il BpA, la pericolosità consiste nell’essere considerati Interferenti Endocrini (IE),

ossia sostanze chimiche esogene (naturali e sintetiche nel caso specifico sintetiche), non prodotte all’interno del nostro organismo che purtroppo possono, agganciare i recettori  necessari a legare gli ormoni (come indicato nella figuta) andando a bloccare in tal caso l’accesso “naturale” all’ormone e impedendo a quest’ultimo di svolgere la sua funzione fisiologica con conseguenze dannose quali:  accelerazione della pubertà, aumento del rischio di tumori a seno e prostata, problemi neurologici, ecc.

Proprio per tali ragioni da tempo nell’Unione Euuropea sono stati portati avanti studi tossicologici, consultazioni e varie attività che hanno portato all’applicazione di normative più stringenti nei confronti di tali sostanze.

Giusto per citarne qualcuna si ricorda:

  • Il Regolamento (UE) N.321/2011 del 1/04/2011 riguardante le restrizioni d’uso del Bisfenolo A nei biberon di plastica;
  • Il Regolamento (UE) 2018/213 della Commissione del 12 febbraio 2018 relativo all’utilizzo del Bisfenolo A in vernici e rivestimenti destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari e che modifica il regolamento (UE) n. 10/2011 per quanto riguarda l’utilizzo di tale sostanza nei materiali di materia plastica destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari.

mentre nel caso degli ftalati

  • Il Regolamento CE n. 1970/2006 del Parlamento Europeo del Consiglio del 18 dicembre 2006 (Reg. REACH) concernente la Registrazione, la Valutazione, l’Autorizzazione e la Restrizione delle Sostanze Chimiche presenti sul mercato;
  • La Decisione di esecuzione (UE) 2017/1210 della Commissione del 4 luglio 2017

relativa all’identificazione del bis(2-etilesil) ftalato (DEHP), del dibutil ftalato(DBP), del benzil-butil- ftalato(BBP) e del diisobutilftalato (DIBP) come sostanze estremamente preoccupanti a norma dell’articolo 57, lettera f), del regolamento (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio

Conclusioni
L’obiettivo delle aziende di settore è dunque quello di dar vita a materiali ed oggetti a contatto con gli alimenti sicuri ed idonei, che risultino inerti e insolubili, che non provochino modificazioni organolettiche dell’alimento e che fungano da barriera nei confronti di microrganismi e agenti esterni quali luce, temperature non idonee ecc., e tutto ciò grazie  all’aiuto di diversi fattori.

Chi aiuta e supporta le aziende in questo percorso è la normativa in primis, con i suoi limiti di legge e le dichiarazioni di conformità, ma il supporto è dovuto anche all’utilizzo di verifiche analitiche (prove per verifica limiti o contaminazioni) e verifiche funzionali dei processi produttivi (idoneità all’utilizzo di un materiale), senza dimenticare in ultimo le nuove tecnologie che da tempo si stanno mettendo in campo allo scopo di sostituire materiali rischiosi con altri più sicuri e sostenibili e alla creatività di start up sempre più innovative.

La progettazione di un materiale si basa fondamentalemnte sullo studio di molteplici fattori da tenere in considerazione quali: la funzione dell’imballaggio, le caratteristiche del prodotto da conservare, le dimensioni dell’imballaggio secondario e terziario, il costo del materiale, il sistemi di stoccaggio e movimentazione, il sistemi di trasporto, la sollecitazione o condizione ambientale a cui sarà sottoposto (temperatura, umidità, ecc.), ma siamo certi che le performace, la tecnologia e l’innovazione bastino a definire un materiale (o un oggetto) il migliore?

Fose no! Se al primo punto di questa lista le aziende non considereranno la tutela e la salute dei consumatori.

© Produzione riservata

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Dr.ssa Sabina Rubini
Biologa ed Esperta in Sicurezza degli Alimenti
Consulente Aziendale
Co-founder ISQAlimenti.it

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